Siamo pronti alla guerra? La minaccia islamica è alle porte, non è escluso un intervento militare, ma il nostro esercito è in condizioni preoccupanti. UN ESERCITO DI PRECARI !

Tratto da articolo di Emanuela Fontana  da ilgiornale.it 
L'esercito del futuro dovrà avere un elevato grado di «utilizzabilità operativa» ed essere formato da giovani pronti al «sacrificio personale». Per metà saranno precari e verranno affiancati da un corpo di riserva nazionale. Il sogno del tempo di pace è svanito. L'Italia è chiamata a una fase nuova. L'Isis è alle porte, l'Europa chiede a Roma di guidare la prima missione europea contro gli scafisti del Mediterraneo. La Ue attende la risoluzione dell'Onu sull'intervento marino in Libia e ancora non si sa nulla sulle regole d'ingaggio della missione Eunavfor Med, ma intanto gli Stati si preparano alle peggiori ipotesi. Un intervento complicato e dispendioso è «inevitabile», ammette il ministero della Difesa in un documento ancora poco noto, il Libro Bianco appena pubblicato, in cui vengono tracciate le linee guida delle forze armate di fronte a possibili nuovi e complessi impegni internazionali, nell'area del Mediterraneo. 
L'Italia, insomma, torna alla guerra, ma l'Italia è pronta per la guerra? La Difesa perde circa 600 milioni di euro in cinque anni, proprio nel quinquennio in cui deve affrontare il nuovo terrorismo islamico guidato dal Califfato dell'Isis. Rispetto al 2014, il bilancio annuale ha a disposizione 298 milioni di euro in meno. La voce esercizio, ossia il funzionamento della macchina militare, subisce un taglio del 12,9%. Ma se negli ultimi anni l'Italia aveva ridotto ormai a tremila uomini la presenza nelle missioni internazionali, ora il vento sta girando, sebbene proprio in questi giorni il presidente della Repubblica Sergio Mattarella abbia scongiurato un intervento militare in Libia. 
NONNI E MOSCHETTO Il coinvolgimento dell'Italia potrebbe essere presto diretto: è dunque necessario, «prevenire l'insorgere di tali situazioni e intervenire opportunamente, in caso d'insuccesso, per contenerle prima che le stesse divengano troppo grandi perché siano affrontate con limitati sacrifici». La prima esigenza è svecchiare le truppe. Ci sono troppi graduati attempati, pochi giovani. La nuova forza giovane dovrà essere numericamente flessibile, idonea «a operare in ambienti difficili, lontano dalle sedi stanziali anche per lunghi periodi e quindi in grado di accettare minori vincoli di natura extra-professionale, essere fisicamente idonea e predisposta al sacrificio personale». Ma se l'Italia andasse ora alla guerra, si troverebbe un esercito molto invecchiato e con risorse economiche ridotte. Abbiamo 175mila uomini tra Esercito, Marina e Aeronautica, un quarto dei quali ha più di quarant'anni e che dunque non è reale forza operativa. Nell'esercito solo il 33,7% degli uomini, uno su tre, ha meno di 30 anni. 
UN ESERCITO DI PRECARI La prima soluzione per sostenere possibili interventi con un portafoglio povero è quella di rendere più precario il ruolo del soldato: il piano della Difesa prevede di arrivare al 50% di militari in servizio permanente e al 50% di turnisti, o precari, con una riduzione del personale a 150mila unità entro il 2026. Ora il rapporto è di 88% di stabili e 12% di turnisti. La domanda che a questo punto ci si pone è: quali famiglie incoraggeranno il figlio a una carriera militare di sacrifici e con una possibilità su due, il 50%, testa o croce, di precariato? «Mi chiedo – commenta con il Giornale il vicepresidente del Cocer dell'Aeronautica (la rappresentanza sindacale militare), il tenente colonnello Guido Bottacchiari – se l'italiano sarà disposto a servire la Patria senza avere una prospettiva di occupazione concreta. Questa gioventù sarà solo italiana oppure, come in altri Paesi, si andrà a reclutare i non italiani in cambio della cittadinanza?». Il precariato nell'esercito potrebbe funzionare se «ci fosse una rete occupazionale ben articolata, come in Francia dove, dopo 19 anni, ti danno una pensione, una buonuscita o una reimmissione nel pubblico impiego. Ma in Italia questo è tutto da costruire». 
GIOVANI IN CARRIERA Eppure, a dieci anni dalla fine della leva obbligatoria, il mestiere del soldato ha attratto i giovani, soprattutto del sud. Nel 2014, 83.308 aspiranti volontari hanno fatto domanda per entrare nelle forze armate. I posti disponibili erano appena 9.498. Il 66,7% delle domande sono arrivate dal Meridione, solo il 13% dal Nord. Ci sono stati poi nel 2014 21.985 giovani che hanno chiesto di essere ammessi alla ferma di quattro anni. I posti erano 2.231: uno su dieci è stato tenuto. Lo stipendio, nella fase iniziale del percorso, non arriva a mille euro al mese. L'obbiettivo è quello di ridurre le spese per il personale, ma bisogna fare i conti con gli scivoli pensionistici degli anziani. Come si può conciliare allora la disponibilità al sacrificio della nuova forza giovane volontaria e semi-precaria con i risparmi? 

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